La timeline per rappresentare l'azienda, nel sito e non solo

Cos’è la timeline?

E’ la rappresentazione grafica di una sequenza di eventi significativi, che abbiano caratterizzato la vita dell’azienda nel corso degli anni, e rientra nella categoria delle iconografiche.

La struttura può essere più o meno complessa, ma normalmente è caratterizzata da una linea retta o curva, orizzontale o verticale, lungo la quale si snodano date che corrispondono ad avvenimenti, i quali vengono narrati tipicamente attraverso un’immagine, accompagnata o meno da una breve didascalia.

In alternativa all’immagine, possono essere presenti anche link, video, pop-up, tuttavia evidentemente, con tali scelte, lo strumento tende a ridurre uno dei suoi maggiori pregi, ovvero l’immediatezza.

A cosa serve?

Definisce con istantaneità e grande efficacia comunicativa il percorso aziendale, attraverso i momenti più emblematici e qualificanti, che a titolo di esempio, possono essere l’uscita di prodotti di successo, l’acquisizione di nuovi strutture o nuovi processi produttivi, brevetti, certificazioni, premi, contratti, aperture di mercati, e molto altro.

In sintesi, è un mezzo versatile, plastico e personalizzabile per raccontare l’impresa in pochi istanti, che può avere anche notevole capacità attrattiva estetica, in base alle scelte grafiche.

Si può utilizzare certamente nella sezione “chi siamo” del sito, accanto o in sostituzione del tradizionale “story telling”, non sempre gradito ai frettolosi navigatori contemporanei, ma si può impiegare efficacemente anche in altri contesti on-line e off-line, come ad esempio, il company profile, l’introduzione del business plan ad uso esterno, la parete dello stand di una fiera, e tutte quelle circostanze dove risulti utile veicolare in pochi istanti una percezione di esperienza, evoluzione tecnologica, crescita, professionalità.

E’ bene seguire regole fisse?

In realtà no.

Acquisito che si tratti di una modalità squisitamente visuale, quando si opti, ovvero sia necessario per la comprensione, inserire anche testo, va da sé che nell’assecondare il principio di sintesi ampiamente illustrato, detto testo debba essere breve e incisivo. Fatto salvo questo principio di buon senso, i soli limiti sono la creatività e naturalmente la forza persuasiva del messaggio.

Non vi è una regola precisa anche per quanto riguarda la densità di avvenimenti rispetto alle date ma, in linea di principio è preferibile che si trasferisca una sensazione di continuità e omogeneità, senza importanti interruzioni o periodi lunghi senza accadimenti di rilievo. Si può, anzi si deve aggiornare nel corso del tempo, poiché diversamente, una timeline datata, costituirebbe un boomerang.

Una volta compresi gli obiettivi peculiari, occorre soprattutto sapere selezionare i contenuti e definirne al meglio la rappresentazione grafica. La gerarchia delle scelte dovrebbe tenere conto di cosa distingua maggiormente e valorizzi in maniera eloquente l’azienda, agli occhi del pubblico target, in quel determinato contesto.

 

Conclusioni

Come si sarà intuito, sono un fan della timeline, al punto che non solo la propongo sempre convintamente alle aziende clienti, ma per conto di queste, mi faccio spesso parte diligente nella progettazione e costruzione.

Nell’attuale ecosistema di comunicazione, dove siamo sovraesposti ad informazioni di ogni tipo, tendiamo istintivamente a difenderci risparmiando tempo ed evitando di leggere quanto più possibile, ovvero privilegiando i messaggi visivi.

La timeline, se ben fatta ovviamente, aiuta a superare questa resistenza e a descrivere con estrema efficacia, in pochi istanti, un universo valoriale complesso e articolato, che non di rado pilota l’interessato all’approfondimento e finalmente alla lettura dei contenuti.

Saverio Pittureri
Easy Trade


Fiere ed eventi digitali e in presenza: come sarà il futuro

E’ sotto gli occhi di tutti la trasformazione digitale dell’ecosistema business nei paesi sviluppati, così come è innegabile l’accelerazione che l’emergenza pandemica ha imposto. Tuttavia, non è né il primo salto tecnologico né operativo, al quale assistiamo ed è bene valutarne con lucidità vantaggi e limiti.

 

Innovazione e rivoluzione

Solo per citare alcuni dei precedenti enormi progressi, ricordo l’avvento del trasporto multimodale e dei container refrigerati, la rete internet, l’introduzione dei voli low cost, i telefoni cellulari e successivamente gli smartphone, le e-mail, i pagamenti elettronici. Per ogni singola, pur portentosa, innovazione è stato spesso usato (e talvolta abusato) il termine “rivoluzione”.

Si tratta evidentemente di fattori che hanno impattato enormemente sul commercio internazionale e hanno costretto i professionisti del settore ad una progressiva e significativa revisione delle competenze, delle strategie e dell’approccio complessivo alla materia, fermo restando che, come è sempre stato, sussiste la necessità di disporre di ampie e articolate abilità trasversali e “tradizionali” di ordine culturale, linguistico, tecnico, relazionale e negoziale, che nessuna attività digitale è in grado di surrogare.

 

Futuro digitale

In relazione a quanto sopra, sono in molti a profetizzare che, poco alla volta, gli eventi virtuali e in particolare le fiere on-line, sostituiranno completamente quelli in presenza con palesi benefici nel risparmio di costi, tempi, energie e semplificazione dei processi, ad esempio procedure documentali, doganali, fiscali, ecc..

Tutto fondato e plausibile, almeno teoricamente. Per altro, essendo io uno dei 100 senior digital export manager, selezionati e formati da ICE su tutto il territorio nazionale, nel 2020, dovrei sostenere questa teoria a spada tratta anche per autopromozione.

In realtà, se da un lato ritengo convintamente che vi saranno svariate nuove abitudini che, fortunatamente, si consolideranno fino a diventare irreversibili, dall’altro, continuo a pensare che esistano sia fattori squisitamente tattici che antropologici, insostituibili e ineludibili, dei quali sia bene tenere conto nei nostri piani strategici futuri.

Ovvero, nella pratica, da ora in avanti, verosimilmente, videochiameremo i nostri clienti molto più spesso di quanto gli telefoneremo, parteciperemo sempre più ad aventi formativi virtuali e aderiremo a piattaforme di business matching; inoltre entreranno a fare parte della nostra quotidianità aziendale, strategie di inbound marketing, lead generation, marketing automation, che estendono e amplificano le opportunità, ma scommetterei anche che, quando saranno ripristinate adeguate garanzie sanitarie, le fiere classiche, torneranno floride e frequentate quanto e più di prima.

 

Le fiere

La fiera è la più antica forma di marketing conosciuta ma resta ancora oggi uno dei mezzi più potenti di cui un’azienda possa disporre. E sottolineo ancora oggi, a ragion veduta, e con il conforto dei numeri, dei quali si può trarre un’impressione probante dalla tabella qui di seguito, prodotta del CEIR, la più importante fondazione al mondo per l’analisi delle fiere B2B.

Le fiere complessivamente generano un PIL indotto di 197,5 miliardi di dollari, se ne contano circa 32.000 ufficiali, nel mondo, e da quando esistono moderni strumenti di censimento, il numero è costantemente aumentato anno dopo anno. Ad oggi si contano 1.217 sedi con un minimo di 5.000 mq di spazio espositivo e moltissime altre più ridotte. L’Europa, per altro, è in cima a tutte le classifiche di settore, comprese quelle per tasso di crescita.

Abbiamo dunque a che fare con un mondo di cavernicoli che negano l’avanzare della storia?

Non esattamente, se da statistiche ufficiali risulta che circa il 50% del fatturato internazionale delle PMI italiane si genera in correlazione alla partecipazione a fiere, e oltre il 75% del complesso di visitatori e espositori, afferma di avere aumentato il proprio volume d’affari, a seguito della frequentazione di una fiera.

 

La forza della presenza

Le ragioni sono forse meno immediate e note di quanto si possa immaginare, lo scopo principe dell’esposizione ad una fiera è infatti comunicare. E’ la comunicazione la chiave, non la vendita immediata, ed è evidentemente d’uopo che cerchiamo di farlo nel modo più funzionale e proficuo possibile. Un’adeguata comunicazione, principalmente allo stand, ma anche in senso più estensivo e complesso, durante la manifestazione, ci porterà ad avviare o consolidare la presenza nei mercati esteri e a migliorare l’immagine dell’azienda innescando un effetto domino, spesso di lunga durata.

Si possono infatti elencare numerosi risvolti commerciali, promozionali e persino psicografici, che una fiera in presenza permette di attivare mentre, per il momento, la versione virtuale non è grado di offrire o non certamente con lo stesso impatto.

Sopra ogni cosa, la crescita della rete di contatti personali, che porta sovente all’identificazione di nuovi clienti, fornitori, distributori, ma anche la raccolta dei informazioni sul settore e sulla filiera, con un immediato confronto di competitività e capacità di innovazione, nonché la presa di coscienza di orientamenti e tendenze dei clienti in quel paese. In buona sostanza, una sintetica ma efficacissima ricerca di mercato con annesso benchmark.

Si aggiungono poi, l’occasione di ottenere riscontri significativi e rapidi sui prodotti e servizi proposti, la raccolta di spunti per lo sviluppo di nuovi prodotti, servizi ed idee, l’eventuale emersione di alleanze strategiche e sinergie, e i riverberi sul mercato domestico di tipo reputazionale oltreché commerciale, insiti nella partecipazione ad una fiera internazionale.

In ultimo sottolineo quattro aspetti tipicamente "umani", raramente richiamati, ma oggettivamente fondamentali per comprendere il valore aggiunto di una fiera in presenza, e che chiamano in causa una certa esperienza e un evoluto grado di consapevolezza dei contesti interpersonali e identitari.

Il primo, è il fattore prettamente relazionale che, pur declinato nelle significative dissonanze culturali fra le persone provenienti da diverse aree del mondo, in presenza, se ben interpretato, rimane decisivo, e continua a fare la differenza fra il successo e l’insuccesso di un affare.

Il secondo è legato al fatto che il visitatore che per raggiungere il luogo della fiera, investa un certo tempo e sopporti spese e fatica, più o meno consapevolmente, risulti più motivato a concretizzare e dare quindi un senso ai propri sforzi, rispetto a colui che si colleghi facilmente da un terminale nel proprio ufficio.

Il terzo non va sottostimato, ed è un ingrediente di attrattiva esotica o "paraturistica", che deposita naturalmente nell'atto di viaggiare verso altri paesi,, spezzare la routine, e concedersi qualche piccolo diversivo di interesse personale, compatibile con la missione professionale.  E' un ingrediente sempre esistito e che potrebbe conoscere un importante rimbalzo a seguito delle lunghe restrizioni forzate, e che dispone le persone in uno stato particolarmente favorevole ad esplorare nuove opportunità.

L'ultimo si riferisce ad una mia abitudine, che consiglierei di prendere in considerazione, ovvero di prevedere un soggiorno di un paio di giorni, oltre il termine della manifestazione che, solitamente, riesco ad utilizzare per fare visita ai potenziali clienti incontrati allo stand, la cui sede sia a distanza ragionevole. E’ un’abitudine acquisita negli anni, che mi ha portato sovente notevoli risultati, potendo “battere il ferro finché è caldo” e dandomi l’occasione di verificare le reali caratteristiche dell’azienda interessata, e magari di riconoscere un potenziale inespresso durante la chiacchierata in fiera.

Saverio Pittureri
Easy Trade Srl


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Il marketing internazionale, una chiave del successo sui mercati

Una piccola premessa

Proviamo per un momento ad immaginare che, per capacità tecniche, senso della rete e magari anche personalità in campo, il più dotato calciatore al mondo non sia Leo Messi, né Ronaldo, o Neymar, o chi altri ciascuno preferisce…. ma magari un ignoto ragazzo di un villaggio africano, andino, oppure del sud-est asiatico. Qualora questo ragazzo non avesse la possibilità di essere notato, valorizzato e mostrato nel giusto contesto, qualcuno lo riconoscerebbe mai quale il miglior giocatore potenziale del pianeta? Ovviamente no.

Allo stesso modo, anche il miglior prodotto del mondo, quando non posizionato strategicamente, comunicato, e messo in risalto in modo adeguato, quasi certamente passerebbe inosservato su qualsiasi mercato. Nell’era della comunicazione digitale, tale complesso di attività è certamente più possibile, economico e rapido di quanto non sia mai stato fino ad ora nella storia, tuttavia resta un’operazione da effettuarsi con assoluto rigore scientifico, oltre che creatività e originalità, se si vuole sperare di trarre un risultato concreto dai nostro sforzi.

In altre parole, comunicare in modo corretto (e leale verso il destinatario…), ciò che nella nostra proposta di prodotti e servizi effettivamente funziona, in un determinato contesto e verso un precisato pubblico, ci piaccia o no, è diventato tanto importante quanto la qualità stessa del prodotto o servizio! Tutto ciò implica avere un’idea chiara degli obiettivi da raggiungere, degli strumenti da utilizzare, e del target di riferimento, che esprime o sottende specifici bisogni, per la cui soddisfazione dobbiamo cercare di orientare il cliente verso la nostra soluzione rispetto a quella di un concorrente, decifrando intelligentemente le leve da innescare.

Il Marketing tradizionale

La definizione tratta da Wikipedia recita quanto segue: “Il marketing è un ramo dell'economia che si occupa dello studio e descrizione di un mercato di riferimento, ed in generale dell'analisi dell'interazione del mercato e degli utenti di un'impresa…”. In altre parole è quella disciplina in grado di sviluppare in prima battuta analisi preventive razionali e successivamente strategie di ordine commerciale, per amplificare e ottimizzare le attività di vendita e di penetrazione di un mercato, mettendo sempre al centro il cliente.

Convenzionalmente si colloca l’origine del marketing, negli USA, agli inizi del secolo scorso. Si tratta quindi di un orientamento di pensiero non così recente come si potrebbe pensare, ma che ha conosciuto un’evoluzione portentosa dal secondo dopoguerra in avanti, e che oramai rappresenta una componente imprescindibile del piano commerciale per qualsiasi azienda, di qualsiasi dimensione. Non si tratta più solo di avvantaggiarsi sulla concorrenza ma di sopravvivere nel mercato.

Diventa evidentemente una dottrina fondamentale, a maggior ragione, quando ci si rapporti ad un mercato internazionale dove l’impresa italiana ha tendenzialmente meno esperienza e capacità di comprensione delle dinamiche mercantili, dei canali di vendita, delle abitudini di acquisto, delle barriere culturali e psicologiche, della sfrenata competizione, ecc… Ciascun mercato e ciascun settore si caratterizzano evidentemente per diverse e peculiari modalità di entrata e occorre studiare e fare propri alcuni concetti cardine che aiutino a capire come adattarsi al precipuo agone commerciale, aggiungendovi possibilmente un tratto innovativo.

Senza addentrarsi nel dettaglio dei meccanismi esecutivi, che potranno essere oggetto di altra discettazione futura, il marketing moderno, come accennato, si può distinguere in analitico e strategico/operativo, può riguardare qualsiasi genere di prodotto o di servizio, e può anche distinguersi in “business to business” e “business to consumer”, evidentemente a seconda del destinatario.

Probabilmente risulta utile anche aggiungere che esistono dei capisaldi di riferimento molto popolari, fra i quali l’analisi “swot”, volta a far affiorare i punti di forza e debolezza, nonché le opportunità e minacce più rilevanti di un prodotto o di un’impresa, oppure il postulato principe del marketing mix, la regola delle 4 “p” (product, promotion, price, place), alle quale negli anni più recenti se ne sono aggiunte altre 3 (positioning, people, packaging) e, non certo meno importante, l’adozione di strumenti di monitoraggio costante che possano misurare oggettivamente le azioni messe in campo.

Tutto questo (insieme a molto altro), costituisce ancora oggi una base estremamente valida ed efficace di partenza per approcciare la materia, ma si deve ineluttabilmente combinare in modo sinergico con i nuovi strumenti di cui disponiamo che stanno trasformando drasticamente l’orizzonte conosciuto.

 

La rivoluzione digitale

L’impatto della comunicazione digitale sulle nostre vite credo sia chiaro a tutti, ma talvolta aggiungere qualche numero può aiutare a chiarire ulteriormente l’esplosione sbalorditiva di tale fenomeno. E’ uno sviluppo non solo inarginabile e imparagonabile a quello di qualsiasi altro strumento precedente, ma talmente in divenire, che i numeri esposti di seguito, possono essere interpretati unicamente come una fotografia del momento.

Si calcola che 4,66 miliardi di persone nel mondo siano attualmente connesse al web, con un incremento di circa 1 milione di persone in più, al giorno. Il traffico da telefonia mobile, calcolato sul numero di pagine web aperte, interessa il 55,7% dei collegamenti ed ha ampiamente superato quello da postazioni fisse, che si ferma al 41,4%, la percentuale residua coinvolge invece dispositivi diversi (tablet, game station, ecc..)

 

Social media tempo utilizzo

La media oraria mondiale spesa in collegamento è di 6,54 ore al giorno, quella dedicata ai social, per ciascun individuo tocca le 2,25 ore, di conseguenza, stanno anche modificandosi rapidamente i paradigmi di utilizzo. Il 48% degli utenti nel mondo, ad esempio, cerca non più attraverso i motori tradizionali, quanto attraverso i social media, Il 45% “parla” con il proprio dispositivo. E’ in crescita il numero di navigatori che utilizza il riconoscimento delle immagini che raggiunge il 33% complessivo, ma in alcune aree del mondo ha un impatto molto superiore. Il 76% delle persone collegate fra i 16 e i 64 anni, ha effettuato almeno un acquisto on line nell’ultimo mese.

Non a caso Jeff Bezos è ampiamente l’uomo più ricco al mondo…

In aggiunta, giova ricordare che alcuni recenti studi hanno evidenziato come il 55% dei consumatori globali dichiari di acquistare solo da siti che diano informazioni nella propria lingua madre, e il 56% che il trovare informazioni nella propria lingua sia un fattore più importante del prezzo! Mentre in ambito B2B ben il 51% delle aziende interpellate predilige un sito nella propria lingua, anche se con qualità di localizzazione medio-bassa, rispetto ad uno alternativo più raffinato ma, con contenuti solo in inglese.

 

Cosa, dunque, possiamo e dobbiamo fare?

Dobbiamo prendere atto che il mondo sta cambiando vorticosamente e cavalcare l’onda, ma dobbiamo anche tenere conto delle molte variabili e velocità diverse con cui gli stessi cambiamenti stanno avvenendo. Essere disposti a mettere in discussione certi modelli consolidati ma mettere anche a frutto la nostra esperienza.

Per quanto riguarda l’internazionalizzazione, una delle prime scelte, in conseguenza a quanto sopra significato, è dare un ordine di priorità ai mercati, evidentemente per potenziale attrattivo e minori ostacoli, in modo da poter focalizzare gli sforzi in modo progressivo laddove sono attese le maggiori risposte.

A tali scelte dovremmo conformare le modalità e i contenuti ad hoc. Più precisamente, le attività di comunicazione dovranno tenere in conto una molteplicità di fattori socioculturali. Partendo dai costumi e le tradizioni, le caratteristiche intrinseche e i valori intangibili di un Paese, ma anche i sentimenti e l’identità collettiva, lo status del segmento target, le eventuali barriere culturali (rappresentazione del corpo o dei ruoli di genere e sociali, interpretazioni di colori, simboli, gestualità e molto altro).

Considerazioni antropologiche ed etnografiche di livello avanzato che sono tutt’altro che eccessive e che, se sottostimate o malintese, aprono la porta a tonfi epocali.

 

Il sito e gli altri strumenti web

L’architettura dell’informazione andrà pertanto interamente progettata per il pubblico di riferimento in modo molto preciso e con contenuti su misura. Il sito web, che quasi sempre rimane al centro del progetto comunicazione, dovrà essere semplice ed immediato da navigare, con un layout e dei contenuti che, come detto, possano raggiungere utenti magari molto diversi da noi, per approccio, gusti e capacità di comprensione del mondo. Visti i dati riportati sopra, dovrà naturalmente essere “responsive” e pensato prima di tutto per la navigazione mobile, con informazioni chiare sull’azienda e tutti i dati di contatto bene evidenti, ad infondere fiducia e trasparenza.

La lingua, come già argomentato, è un fattore cruciale, l’inglese americano, ad esempio, è diverso da quello britannico o di altri Paesi madre lingua, così come lo spagnolo o altre lingue ubiquitarie, lo sono da un Paese all’altro. Le traduzioni letterali e/o poco accurate impattano molto negativamente, più di quanto si creda, sulla “brand reputation”, e ostacolano l’ottenimento di risultati. Quindi si dovrà tendere ad una lingua evidentemente corretta ma magari anche con espressioni idiomatiche efficaci, ovvero dovremo curare le traduzioni in modo non solo professionale ma anche commerciale (cosa cercano i consumatori e come?). Si dovrà adottare uno stile comunicativo che il visitatore percepisca come accattivante e messaggi che trasmettano certezza e solidità; evidentemente anche l’uso delle parole chiave dovrà essere adattato alla realtà locale.

Come già ricordato il sito è certamente, quasi sempre, il perno basilare, ma va contestualizzato all’interno di un progetto peculiare di comunicazione più ampio e articolato, ne vanno quindi adeguate le funzionalità e l’espressione, oltre che secondo i dettami del mercato anche in funzione di una strategia sovrastante di marketing e vendite. Tenendo conto infine, di normative locali e internazionali alle quali occorre conformarsi (ad esempio paesi in cui è consentita la pubblicità comparativa, altri quasi “publifobici”).

Verosimilmente esisterà un piano editoriale coerente che probabilmente integrerà il sito diverse altre azioni proattive. Si potrà prevedere l’invio di newsletter e una regolare presenza sui social network, è verosimile che si investa in campagne di content marketing e/o direct e-mailing, agganciate a landing page accuratamente studiate, oppure sofisticate azioni di marketing automation e, talvolta, perché no, blog e canali video. I meccanismi e le impalcature funzionali creative possono essere quasi infinite, ma sempre improntate ad una personalizzazione spinta verso il target di riferimento, e con l’opportunità di verifica e quindi di eventuali modifiche, in tempi realmente brevi.

Anche Google, il motore di ricerca per antonomasia, come tutto l’ecosistema web è in continuo divenire e da qualche tempo oltre a premiare contenuti logici e interessanti, ricompensa particolarmente anche vitalità e dinamismo. Tutto questo descritto fino ad ora infatti da un lato tipicamente produce miglior lead generation e miglior tasso di conversione, ma dall’altro impatta proprio sul posizionamento SEO in un circolo virtuoso, che infine si traduce in fatturato e possibilmente marginalità, che restano gli obiettivi finali veri di tutta l’operazione, e senza i quali resterebbe un esercizio sterile di maniera.

Saranno proprio l’analisi dei risultati di traffico e gli indici di redemption, per le varie “call to action” che attiveremo, a darci informazioni per validare o rettificare le operazioni compiute. Senza numeri, qualsiasi pretesa valutazione si ridurrebbe ad una mera opinione… Fortunatamente la misurabilità dell’efficacia nelle attività digitali è perlopiù estremamente precisa e circostanziata, tanto che è più facile anche calcolare un ROI realistico rispetto a quanto accada per molti altri investimenti di marketing tradizionali.

Si è fatto cenno all’importanza di perseguire alcune tattiche ai fini SEO, alla luce di questo dobbiamo tenere in debito conto che da alcuni anni Google “geolocalizza” automaticamente le ricerche, per cui tende a far prevalere quelle nazionali, o addirittura locali, ragione per cui, in aggiunta a quanto già esposto, se si dovesse focalizzare l’attenzione verso un Paese od un’area omogenea ben precisa (scelta consigliabile), potrebbe avere, ad esempio, una notevole valenza strategica un “mini-sito”, con dominio e registrazione distintivi del Paese traguardo, che implica costi decisamente accessibili e può fare davvero molta differenza, soprattutto in alcune regioni del pianeta.

Una certa attenzione va dedicata anche ad eventuali motori di ricerca e social network diversi da quelli più diffusi che tutti conosciamo, che trovano larga diffusione in alcuni Paesi, ad ex. Baidu, Wechat e Weibo per la Cina, Yandex, Vukontakte, Rutube nell’area ex-sovietica, solo per citare qualche esempio. Talvolta alla base di questi disallineamenti, esistono ostacoli di natura geopolitica, con veri e propri oscuramenti degli strumenti “mainstream”, in altre situazioni invece sono libere scelte degli utenti. Qualunque sia la ragione, la nostra risposta deve essere quella di applicare i necessari provvedimenti e lavorare al meglio con lo scenario disponibile.

 

Conclusioni

Il marketing e in particolare quello digitale è l’arma definitiva dell’imprenditore. Sarebbe infinito l’elenco di piccole aziende da menzionare, che in pochi anni si sono costruite un impero commerciale soprattutto grazie ad un eccellente piano di marketing. Non dobbiamo ovviamente eccedere nelle aspettative ma, disponendo di qualche capacità ed esperienza, mettendo in campo strumenti appropriati ed effettuando una programmazione congrua, i ritorni di investimento sono altamente probabili, senza dimenticare che oltre all’aspetto prettamente finanziario, chiaramente prioritario nel breve-medio periodo, se ne avrà un altro, di crescita percepita, che genera solidi dividendi diretti e indiretti anche nel lungo periodo.

Saverio Pittureri
Easy Trade Srl